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L’umiltà della matematica – Intervista con Padre Geremia di Putna, monaco ortodosso e matematico

La matematica e la vita in Cristo possono sembrare a molti senza nessuna connessione tra di loro. Per padre Geremia del Monastero di Putna in Romania, docente di matematica preso l’Università di Berkeley negli Stati Uniti, questa mancanza di connessioni è soltanto apparente, come accade con due curve che non si intersecano mai nel piano reale – quello dello sguardo superficiale, del pregiudizio, dell’ignoranza – ma hanno una moltitudine di intersezioni nel piano complesso – quello della realtà vera, profonda. In questa intervista, parlandoci della sua vita, è lui stesso a spiegarci come è giunto a maturare questa convinzione.

Padre Geremia, come è nata la sua passione per la matematica?

Mi piaceva la matematica sin dai primi anni di scuola, anche se nella mia famiglia non c’era alcuna tradizione in questo senso. Ho iniziato a partecipare alle Olimpiadi della matematica in quarta elementare. Gli anni sono passati e mi sono iscritto alla Facoltà di Matematica di Bucarest, dove sono stato accettato senza esame di ammissione perché ero olimpionico. Ho scelto il settore della ricerca. A partire daI 1989 i laureati in matematica rumeni si sono fatti una buona reputazione e si è aperta per loro la strada del dottorato all’estero. All’inizio, dei colleghi molto bravi hanno fatto da rompighiaccio andando in America, e io e molti altri abbiamo seguito questa strada aperta da loro. La procedura consisteva nell’inviare un dossier a diverse università in America. Io sono stato accettato dall’University of California a Los Angeles (UCLA) e dall’University of California a Berkeley (UC Berkeley). Ho scelto la seconda perché possedeva un prestigio superiore.

Poi ho capito che non era un caso aver ottenuto la borsa di studio a Berkeley. Questa città è vicina a San Francisco, dove, in una chiesa ci sono le reliquie di San Giovanni Maximovici di cui avevo letto prima di darmi da fare per andare in America. Per tutto il tempo durante il quale ho vissuto in America sono andato in quella chiesa ogni settimana. Per mantenermi ho dovuto insegnare presso il Dipartimento di Matematica.

La vita negli Stati Uniti e l’avvicinamento al monastero

Sapeva allora che sarebbe diventato monaco?

In qualche modo, sì. La vita di uno studente di dottorato non era molto diversa da quella di un monaco. A cosa mi riferisco? Alla solitudine, quella solitudine che ogni straniero prova all’estero, e tanto più in America, dove in generale si soffre di solitudine. Le loro produzioni di intrattenimento sono un tentativo di riempire un vuoto. Chi arriva in America scopre con sorpresa che i loro film sono molto lontani dalla loro vita. E come camminare in un deserto e trovare un cartellone pubblicitario. I film sono questo cartellone. Negli Stati Uniti c’è molta solitudine. Le distanze fisiche sono grandi e influiscono inevitabilmente anche sulle distanze tra le persone.

Lasciate che vi faccia un esempio. In Europa siamo abituati a passeggiare nei centri delle città. In America questo non si fa. Nelle vie del centro vivono gli homeless, gente che ha come unico tesoro una sedia a rotelle. L’americano non va a passeggio, va direttamente in macchina nei centri commerciali, che hanno sostituito la piazza e la via del centro. In California, la distanza da casa al supermercato è in media di 30-40 km. Là non si vede gente per strada, come da noi. La solitudine in America è un vero problema.

Ma per me questa è stata una buona preparazione… Il pensiero del monachesimo è entrato nella mia anima, anche se all’inizio avevo paura di manifestarlo anche a me stesso.

A partire dal 1996 ho avuto come padre spirituale il Padre Arsenie Papacioc. Quando frequentavo la IX classe del liceo, ci sono stati gravi problemi nella mia famiglia. Mia madre ha cominciato a frequentare la Chiesa, come ultimo rifugio. Io allora non avevo familiarità con la Chiesa, e anzi disprezzavo il livello intellettuale di coloro che frequentavano la Chiesa.

Il grande cambiamento in me è avvenuto dopo l’incontro con Padre Arsenie. Non è stato qualcosa di spettacolare, ma un’attiva e costante influenza spirituale, trasmessa non tanto attraverso consigli su come pregare o cosa leggere, ma soprattutto attraverso la sua preghiera e il suo modo di essere.

Padre Arsenie Papacioc

Ho parlato del mio vago pensiero di farmi monaco a Padre Arsenie, ma lui quasi non lo ha preso in considerazione. Mi ha detto «Vedremo» e mi ha consigliato di mantenere in ogni caso il segreto, perché, ha detto, se il demonio fosse venuto a saperlo avrebbe rovesciato il mondo intero pur di fermarmi. L’idea di farmi monaco continuava a farmi paura, sia per queste parole del Padre, sia per motivi del tutto interiori. Vista dall’esterno, la condizione monastica era per me inconcepibile. Adesso mi sembra facile, ma vista dall’esterno il voto monastico appare schiacciante. Quando ho cominciato ad andare in Chiesa mi sembrava una cosa impensabile mantenere la verginità fino al matrimonio, figuriamoci vivere in totale castità come monaco. Così non osavo pensare troppo in grande. Però pregavo Dio che provvedesse a far sì che servissi solo Lui e fossi suo. In che modo, questo lo sapeva solo Lui.  Diventare monaci è un passo troppo grande per poterlo fare da soli.

Quanti anni ha vissuto negli Stati Uniti?

Cinque anni, dal 2002 al 2007. Ogni anno tornavo a casa, per vedere la mia famiglia. Padre Arsenio non mi ha mai imposto nulla sulla via da seguire nella vita. Ogni tanto tornavo a parlargli del mio pensiero di andare in monastero, e ogni volta era come se gliene parlassi per la prima volta, quasi come se non ricordasse niente dei consigli sul monachesimo che mi aveva già dato. Quando infine gli ho chiesto a quale monastero andare, ha risposto categoricamente: «A Putna!»

Nell’ultimo anno di dottorato sono andato a casa perché mia madre era malata, poi durante l’estate sono tornato in America per insegnare. Ho visitato i miei amici, e il 4 settembre sono tornato definitivamente in Romania. ll 7 settembre ero a Putna.

Fino a non molto tempo prima, anche se sapevo che gli studi di dottorato sarebbero presto finiti, speravo di poter prolungare in qualche modo la mia permanenza in America. Mi tentava l’idea di poter aiutare economicamente la mia famiglia. Negli Stati Uniti si può guadagnare bene con un incarico di post-dottorato. Così ho fatto domanda, ma Dio questa volta ha disposto che non fossi accettato da nessuna università

Soltanto dopo il mio ingresso nel monastero di Putna il mio insegnante mi ha contattato via email per dirmi che avevo ottenuto una borsa di studio. Poi un amico rimasto a Berkeley mi ha chiamato per dirmi: «Nelu, qui ci sono alcune buste per te. Non vieni a vedere ciò che devi fare con questa borsa di studio?»

Nell’autunno del 2006, alla festa del Ringraziamento, sono andato in Arizona per incontrare Padre Efraim Filoteo, un discepolo di padre Gheron Iosif, un uomo di grande potere spirituale. Non sono riuscito a parlare da solo con padre Efraim, ma lui mi ha detto che avrebbe pregato per me. Sono convinto che anche grazie alle preghiere di Padre Efraim il mio distacco della carriera e il mio ingresso al monastero hanno avuto un esito positivo.

«Ho vissuto una crocifissione della mente»

Come si può conciliare la matematica con la vita monastica?

Io mi chiederei piuttosto che legame c’è tra la matematica e Dio. Quando ero al liceo, nelle classi IX-XI, la presenza di Dio cresceva nella mia vita. Ma non vedevo alcun collegamento tra la matematica e Cristo. Ero tentato quindi di rinunciare alla matematica per la vita spirituale. Padre Arsenio però mi ha detto: «No, non devi rinunciare. Vai avanti con entrambe». Poi ho scoperto quante cose ti insegna la matematica su Dio. E non solo su Dio, ma anche su te stesso, sul mondo e sul rapporto che c’è tra tutte queste realtà.

La mia personale scoperta è stata che praticamente tutto quello che facciamo ha a che fare con Dio. Inoltre, la matematica ci fa scoprire di più su noi stessi, sul mondo. La matematica ci insegna a fare bene le cose, e può essere un aiuto per farci fare anche le cose di Dio molto bene.

In matematica ho lavorato nel campo della geometria algebrica e della teoria dei numeri, discipline con un alto livello di astrazione. Dai primi corsi all’università fino al dottorato, l’astrazione in matematica aumenta. La matematica studiata alla scuola superiore è abbastanza lontana dalla matematica moderna… (ride). La complessità delle operazioni e il livello di astrazione concettuale degli studi superiori sono impensabili per un principiante. Affrontandoli, ho vissuto una crocifissione della mente….

Professore Geremia
Prof. Geremia, prima di diventare monaco

Per esempio, come si possono definire rigorosamente i numeri naturali? Abbiamo 1, 2, 3… li contiamo sulle dita sin dalla prima classe elementare. Ma definirli, dire che cosa sono, è qualcosa che paralizza la mente… Per cominciare, in matematica è un assioma l’esistenza di un insieme di numeri con infiniti elementi. Non si può dimostrare l’esistenza dell’infinito, viene accettata come una verità assiomatica. Nulla ci dice che l’infinito esista in natura, e tuttavia un matematico lavora molto con l’infinito. Anche se non può dimostrarne l’esistenza, il matematico lo prende come tale. «Per fede», diremmo noi. Ebbene, in questo insieme con un numero infinito di elementi si sceglie un primo elemento, «1» , quindi, attraverso un processo particolare, viene designato un «successore», chiamato «2», e per ogni elemento «n» già definito si definisce un successore «n +1»…  In questo  modo si definiscono i numeri naturali. Poi ci sono i numeri razionali, quelli reali, quelli complessi – e siamo solo al primo semestre del corso di laurea – poi tutta una moltitudine di concetti matematici sempre più complessi.

Così la matematica, attraverso lo sforzo di astrazioni successive, ha crocifisso la mia mente e l’ha preparata per ricevere, con riverenza, la rivelazione di Dio. Non ti chiedi più perché Dio è uno in tre Persone, e non in due o in una o più di tre Persone, o qualsiasi altra cosa riguardante i misteri di Dio, quando sai che non è possibile capire come si vorrebbe neppure la realtà visibile, e matematicamente parlando, non si può concettualizzare in maniera compiuta.

La Scienza lavora solo con approssimazioni della realtà

La matematica insegna una forma di saggezza, il rispetto per il mistero, per il mistero della realtà. Una delle sfide della matematica è come fare modelli della realtà. Dall’Antichità fino a oggi, è questo che tentano di fare gli scienziati. Costantemente, i fisici chiedono alla matematica dei modelli. Lo ha fatto Einstein per la Teoria della Relatività, utilizzando la geometria non euclidea creata cinquant’anni prima di lui dal grande matematico Bernhard Riemann. La matematica cerca di modellizzare la realtà. Sappiamo tutti che la matematica è difficile. Questo perché la realtà è difficile da modellizzare. Ancora oggi non siamo riusciti a modellizzarla con precisione. La scienza funziona solo con approssimazioni della realtà.

E se quando parliamo della realtà naturale non siamo ancora su un terreno solido, come potremmo esserci quando cerchiamo di comprendere Dio?  Questo mi ha insegnato la matematica: la modestia, il rispetto per il mistero, come ci insegnano i Padri della Chiesa: «Onora il mistero in silenzio».

Mi lasci parlare di un’altra cosa che ho imparato dalla matematica. Una caratteristica comune a tutti noi, è quella che ci mentiamo molto facilmente. Se ci piace qualcosa, tendiamo a crederla immediatamente. E portiamo un sacco di argomenti per sostenere le nostre opinioni. È una cosa che succede spesso al giorno d’oggi. La matematica non permette di fare ciò. Mi spiego. Durante gli studi per il dottorato di ricerca ho incontrato un problema che chissà quante volte ho creduto di aver risolto, per scoprire poi regolarmente che mi sbagliavo. L’intuizione iniziale era buona, e io sentivo che alla fine ce l’avrei fatta. Ma quando arrivavo ai dettagli, le cose si complicavano. Dicevo: «La strada dovrebbe essere questa, perché è la più breve». Ma non era così. La realtà non era come avrei voluto che fosse. Io sono un testardo, e perciò mi ci sono voluti diversi anni per trovare la strada giusta, che era più tortuosa. Fortunatamente, la matematica non consente di ingannare te stesso, non ti lascia falsificare la realtà. Se sei onesto, ti mostra dove hai sbagliato. Alla fine avevo quasi paura di dire che avevo risolto il problema. Mi sono reso conto che l’esaltazione, l’orgoglio non servono a nulla. Proprio quando dai spazio all’orgoglio, immediatamente, necessariamente, viene la caduta. Quindi, la matematica ci educa all’umiltà.

«Andare avanti con speranza al di là di ogni speranza»

C’è di più. La distanza tra il progetto o l’illuminazione iniziale – il fatto che tu intuisci una via d’uscita dal problema – e la realizzazione vera e propria del progetto è molto grande. In matematica, la risoluzione di un problema può durare anche due anni e durante il lavoro possono sorgere delle sorprese. Non è possibile aver chiaro ogni dettaglio fin dall’inizio. Più o meno lo stesso accade nella vita spirituale. La chiamata di Dio c’è. La via è quella. Quando hai visto la strada da fuori, ti sembrava fatta in un certo modo, ma quando cominci a percorrerla ti rendi conto che la strada passa anche attraverso il bosco, qualche volta anche nella palude e a volte si entra nella nebbia, o si resta al buio. Così può venirti la voglia di rinunciare, di tornare indietro. Ci sono momenti nella vita in cui ti sembra di aver fatto tutto quello che potevi fare, di aver provato tutte le possibilità, di aver esaurito tutto ciò che dipendeva da te e non sai più cosa fare. Ti senti come perso. Ma poi pensi: «Eppure sembrava chiaramente che la strada fosse questa…» Come gli apostoli sulla via di Emmaus: «Noi speravamo che Egli fosse il Messia …» (Lc 24, 21). Se in quel momento di sconforto rinunci, perdi tutto. Devi dire: «Bene, sono arrivato fino a qui. Che cosa ho da perdere? Vado avanti! In ogni caso, non c’è niente di meglio che potrei fare». Queste esperienze ti fanno vivere situazioni di tensione molto elevata. Se dopo quattro anni di dottorato non sei venuto a capo del problema, non puoi più essere rilassato. E così nasce il discernimento, arrivi a conoscere te stesso. Era proprio questo il consiglio che mi aveva dato padre Arsenio prima di iniziare il dottorato: «Conosci te stesso».

Il monaco Geremia (a sinistra)
insieme ai Padri Anania e Epifanie (a destra)

Un principio di grande valore della vita spirituale è questo: andare sempre avanti, non rinunciare, credere nella chiamata iniziale e andare avanti con speranza al di là di ogni speranza, come dice il padre Zaccaria di Essex, parafrasando san Paolo (Rm 4, 18). Solo se vai fino in fondo trovi la via d’uscita. Non dobbiamo cedere in alcun modo. Questi momenti di disperazione sono molto vicini alla meta. Se riesci a superarli, hai vinto. Se torni indietro, perdi tutto. È una soglia che deve essere superata, oltre la quale si apre la porta.

È il momento della verità, lì non si fa teatro, nulla è messo in scena. E un attimo di incertezza assoluta, hai finito tutte le tue risorse, perso quasi del tutto la speranza. Ma basta resistere per un poco, fare ancora un po’ di strada, pregando incessantemente, e si trova la risposta. Alcuni miei colleghi sono tornati indietro… voglio dire nella via della matematica.

Tra le medaglie Fields

Com’era l’ambiente di Berkeley in cui ha studiato?

La matematica mi ha permesso di conoscere importanti scienziati, veri geni della matematica. Ho conosciuto diversi vincitori di medaglie Fields, l’equivalente del premio Nobel per la ricerca matematica. A Berkeley ho incontrato queste persone, molto modeste, molto umili. Quando li conosci non puoi più vantarti di qualcosa.

La conoscenza scientifica è sempre di fronte all’ignoto, ogni nuova scoperta porta una gran quantità di nuove incognite. Una volta ho chiesto a una medaglia Fields che per molti anni aveva lavorato a fondare matematicamente la fisica dei quanti: «Riesce a capire la meccanica quantistica?» E lui mi ha risposto: «Nessuno capisce la meccanica quantistica!»

Einstein aveva un grandissimo rispetto per i misteri dell’universo. Lo scienziato onesto con se stesso è ben consapevole di quanto non sa, di quanto non riesce e controllare… Quando sento degli esperimenti genetici che si fanno attualmente, mi sembra che nascano dall’orgoglio e mi vengono i brividi.

Lo scientismo, questa assolutizzazione della scienza, questa trasformazione della scienza in una fede globale, rischia di diventare un dogma per la nostra civiltà, perché quando si ha una giustificazione scientifica, si chiude la bocca a chiunque. Ma esso è molto lontano dalla verità. Dio, la natura, l’uomo sono realtà molto più fini, più sfumate… E se tu entri con gli stivali e vai dove pensi tu che si dovrebbe andare, non sei sulla buona strada.

L’orgoglio, dice Gabriel Liiceanu, è «irrigidirsi nel progetto». Essere orgogliosi significa fermarsi ad ammirare il proprio lavoro. L’uomo veramente creativo, non ha tempo per fare questo. Guarda quello che ha fatto, ma non si blocca lì, continua la sua ricerca. Lo scientismo nasce nelle persone che sono bloccate nel loro progetto. Per produrre, per creare, bisogna rimanere umili, avere rispetto per il mistero. Altrimenti, anche se sei un genio, finisci per assolutizzare qualche illuminazione parziale come se fosse una verità immutabile. Un esempio di questo errore e l’atteggiamento di Stephen Hawking.

Per concludere, la mia esperienza con la matematica mi ha fatto giungere a questa convinzione: Dio si rivela, ci parla e ci insegna nella nostra lingua, come ha fatto con l’apostolo Pietro attraverso la pesca (Lc 5, 1-11). Con me si è servito della matematica, insegnandomi che molto importante fare sempre nel migliore dei modi e con serietà tutto quello che facciamo, come se lo facessimo per Dio, perché solo così acquistiamo una conoscenza vera della realtà, del mondo, di noi stessi e di Dio.


Tradotto e adattato da padre Gabriel Popescu e Renato Giovannoli

https://ziarullumina.ro/educatie-si-cultura/interviu/ca-sa-creezi-trebuie-sa-ramai-in-modestie-80177.html

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